Alcesti a Siracusa – Un rito d’amore oltre il tempo

A sessantacinque anni, con una passione per il teatro coltivata fin dalla gioventù, posso dire di aver assistito a innumerevoli rappresentazioni, sperimentazioni e interpretazioni. Eppure, non avevo mai varcato la soglia del Teatro Greco di Siracusa. Quest’anno, complice il traguardo della pensione, ho voluto concedermi questo dono. E di un vero regalo si è trattato: assistere a una tragedia in un luogo così solenne e fatato è, di per sé, un privilegio straordinario che tocca le corde dell’anima.

La sorpresa è stata però ancor più profonda nel constatare che l’Alcesti di Euripide, per la regia di Filippo Dini (una coproduzione della Fondazione INDA con il Teatro Stabile del Veneto), si è rivelata una delle messinscene più potenti e vicine alla mia sensibilità che io abbia mai visto.

L’opera, che inaugura la 61ª stagione dell’INDA, si presenta con un impianto corale imponente, che schiera oltre quaranta interpreti tra attori, figuranti, danzatrici e mimi. La recitazione, volutamente distante da ogni naturalismo, si muove su un registro "sopra le righe", teso a creare suggestioni sonore e ritmiche che, in certi passaggi, riportano alla mente la lezione estetica di Carmelo Bene. La lettura di Dini è modernissima, supportata dalla traduzione di Elena Fabbro e dalle scene di Gregorio Zurla, che trasformano la reggia di Admeto in una residenza contemporanea, una sorta di spa lussuosa ed egoista.

Ho trovato magistrali i movimenti di scena curati da Alessio Maria Romano, intervallati da danze la cui forza espressiva mi ha riportato alle atmosfere mitiche del teatro di Wuppertal di Pina Bausch, che mi stregò già negli anni Ottanta. A suggellare l’incanto, le musiche originali di Paolo Fresu: il suono insolito e struggente per il contesto tragico, ha accompagnato le vicende messe in scena tessendo un ordito funebre e malinconico di rara bellezza.



La critica si è divisa su questo allestimento, definendolo talvolta "estremo" per alcune scelte registiche — come l’Eracle pop in bicicletta o un Thanatos dai tratti quasi "andreottiani" — ma è proprio in questo azzardo che risiede la sua forza. L’interpretazione di Deniz Ozdogan nei panni di Alcesti è vibrante, quasi medianica, capace di dare corpo a una donna che non è solo vittima, ma simbolo di un riscatto consapevole dal buio della morte e dalle violenze.

In conclusione, si tratta di uno spettacolo entusiasmante che rapisce il cuore e riempie gli occhi, ricordandoci come l'amore e i sentimenti profondi siano entità totalmente estranee alle mere leggi umane o alle abitudini sociali. Un’opera da vedere, da meditare e da applaudire con convinzione.

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