Un’occasione perduta: Il Gabbiano di Čechov, Tra Grandi Aspettative e Profonda Delusione

regia Filippo Dinicon (in o.a.) Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Giuliana De Sio, Gennaro Di Biase, Filippo Dini, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgenteregia della scena "lo spettacolo di Kostja" Leonardo Manzan



Se cercate un dramma esistenziale che parli di sogni infranti, amori non corrisposti e il peso assurdo della vita, "Il gabbiano" di Čechov è – sulla carta – un titolo imperdibile. La vicenda, che si svolge sulle sponde di un lago, raduna un gruppo di persone costrette a confrontarsi con le proprie ambizioni fallite e l'onnipresente malinconia.

Il cuore del dramma è la storia di Kostja, giovane aspirante scrittore, e il suo amore per Nina, che sogna la recitazione. La loro ricerca di salvezza si scontra con l'ingombrante presenza della madre di lui, una celebre attrice, e il suo noto compagno, l'affermato scrittore Trigorin. La morte insensata di un gabbiano diventa l'emblema di una disillusione irreversibile: Čechov ci ricorda come i nostri slanci più puri vengano inesorabilmente corrosi dalle spietate leggi della società e dell’esistenza.

Le premesse per uno spettacolo di spessore c'erano tutte. Un classico russo immortale, un testo cinico e bruciante che racconta una crisi esistenziale incredibilmente attuale, un regista di nome (Filippo Dini) e un cast acclamato (su tutti Giuliana De Sio). C’era anche l’interessante idea di affidare la direzione dello "spettacolo di Kostja", incastonato nell'originale, al giovane Leonardo Manzan, creando un significativo dialogo tra generazioni.

Eppure, almeno per chi scrive, le attese sono state profondamente deluse.

Lo spettacolo si è rivelato una sofferenza lunga quasi tre ore a causa di una messa in scena molto discutibile. Ho riscontrato una scarsa cura nello studio e nello sviluppo psicologico dei personaggi e diverse scelte registiche sono risultate azzardate. Tra queste, spicca l'utilizzo della colonna sonora: che senso hanno brani come Skyfall di Adele o I Still Haven't Found What I'm Looking For degli U2? Una scelta che spezza l'atmosfera senza chiarirne la funzione drammaturgica.

Anche la recitazione ha lasciato perplessi. La ricerca di registri e toni sembra non essere andata a buon fine, oscillando tra momenti troppo gridati e passaggi troppo sussurrati, con l'effetto di rendere spesso incomprensibile la parola.

Inoltre, alcune scelte interpretative sono parse veramente bizzarre. La balbuzie di Trigorin, per esempio, lo trasforma a tratti in una macchietta comica, sfiorando la caricatura e rendendolo psicologicamente inconsistente.

Quella che poteva e doveva essere una rilettura moderna e di impatto di un capolavoro si è rivelata una grande occasione perduta. La lezione di Calvino è sempre valida: "un classico non finisce mai di dire ciò che ha da dire". Purtroppo, questa messa in scena non è riuscita a rendere giustizia a quel comando. Lo sconsiglio a chi cerca un'interpretazione fedele e sentita del genio di Čechov.


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