Feste al Goldoni: Se il teatro internazionale è solo un "cliché" silenzioso
C’è una strana tendenza nei grandi teatri storici: l’idea che per dare una scossa al solito cartellone talvolta un po’ adagiato sulla tradizione si debba necessariamente guardare oltreconfine. È successo ad aprile al Teatro Goldoni di Venezia con Feste, l’ultima fatica della celebre compagnia tedesca Familie Flöz. Ma siamo sicuri che "internazionale" faccia rima con "innovazione"?
Ma ne valeva la pena?
Mentre il pubblico abituale del Goldoni sembra aver accolto con un entusiasmo quasi infantile le peripezie delle maschere tedesche, resta un dubbio amaro. Era davvero necessario pescare in Germania per uno spettacolo che scivola pericolosamente verso un mix di mimo e clownerie da strada? (e lo dico con il massimo rispetto per gli artisti di strada!)
In un territorio come il nostro, pullulante di compagnie indipendenti e teatro di ricerca che faticano a trovare spazio, la scelta di importare un format così distante dalla nostra sensibilità appare quasi una forzatura. Valorizzare il "teatro povero" o di ricerca locale avrebbe dato quel quid di autentica sperimentazione che a Feste - parliamoci chiaro - sembra mancare, soffocato da una tecnica magari anche impeccabile ma senz'anima.
Tra puzza di m** e maschere mute
Lo spettacolo mette in scena il dietro le quinte di un matrimonio opulento, tra contrasti sociali e malinconie nascoste. Sulla carta, un’idea potente. Nella realtà, ci si scontra con una narrazione che procede a strappi.
La comicità: È qui che casca l’asino. Vedere una platea adulta ridere di gusto per sketch basati su cattivi odori o disgustosi rigurgiti lascia sbigottiti. È una comicità triviale, più adatta a un pubblico di bambini in un teatro parrocchiale di quartiere che a una stagione di prosa che ambisce all’eccellenza.
La Familie Flöz è maestra nel teatro gestuale, ma l’assenza totale del Logos (inteso semplicemente come la parola) qui diventa un ostacolo. Le maschere, pur espressive nei gesti, rischiano di diventare un contenitore vuoto se non supportate da una drammaturgia solida.
Se cercate il ritmo incalzante a cui ci hanno abituato le serie TV o il cinema contemporaneo, siete nel posto sbagliato. Feste soffre di una lentezza narrativa a tratti estenuante. La struttura a frammenti rende lo spettacolo una collezione di "illusioni" tecniche, ma manca quella scintilla di provocazione che ti scuote la sedia.
In sintesi: la perfezione tecnica anche c’è, la capacità di emozionare senza parole anche (per chi ha la pazienza di cercarla). Ma resta l’amarezza di un’occasione mancata. Forse, invece di guardare alla "lontana Germania", basterebbe guardarsi intorno per trovare un teatro che sappia parlare davvero al nostro tempo, senza bisogno di nasi finti e gag scontate.
Insomma uno spettacolo visivamente curato ma emotivamente frammentato. Se amate la pantomima classica e il gusto agrodolce, andateci. Se cercate il futuro del teatro, cercate altrove.
Commenti
Posta un commento