People, Places & Things: chi sei quando smetti di recitare?

 

La trama è quella di Emma — un'Anna Ferzetti straordinaria — un'attrice di successo travolta dall'alcolismo e dalla tossicodipendenza, che a un certo punto decide di chiedere aiuto. Lo spettacolo ripercorre il suo percorso di riabilitazione: il confronto con un passato doloroso, con un mestiere che l'ha svuotata, e soprattutto con la necessità di mostrarsi per quello che è davvero, senza maschere (da segnalare il breve monologo su tale tema nel secondo atto).



Il titolo riprende una formula dei programmi di recupero dalle dipendenze: per guarire bisogna cambiare tutto — le persone che frequenti, i luoghi che abiti, le cose che possiedi. La regia di Pierfrancesco Favino prende questa premessa sul serio e non fa sconti. Non si accontenta di raccontare una storia di "droga": scava in qualcosa di più profondo e universale, ovvero la nostra dipendenza dal bisogno di essere qualcun altro per sentirci all'altezza.

E qui il testo di Duncan Macmillan colpisce nel segno, perché parla di tutti noi, anche di chi non ha mai toccato una sostanza. In un'epoca di filtri social e identità costruite a tavolino, quello che va in scena è uno specchio scomodo. Il fatto poi che Emma sia un'attrice rende il gioco ancora più crudele: dietro la maschera — riprendendo una domanda che Pirandello aveva già inaugurato un secolo fa — resta la domanda più difficile, quella che lo spettacolo non smette mai di farti rimbalzare addosso. Chi sei quando smetti di recitare?

La Ferzetti porta in scena una donna vibrante e piena di contraddizioni: non è la vittima da compatire, ma una combattente che cade e si rialza. Accanto a lei, Thomas Trabacchi offre una prova altrettanto solida. L'intero ensemble lavora con precisione e coesione al servizio di una storia che, a un certo punto, smette di sembrare altrui: ti sembra di conoscerla da sempre, e da quando esci dal teatro te la porti dentro.

La messa in scena ha un ritmo quasi cinematografico, frenetico e viscerale, sostenuto da una scenografia essenziale ma efficacissima: pannelli e strutture semoventi che ruotano e si spostano a vista, creando i diversi ambienti senza mai interrompere il flusso emotivo dell'azione. Anche l'ironia trova il suo spazio, usata con intelligenza per scardinare i tabù sulla salute mentale e sulle dipendenze, trasformando il dolore in una riflessione collettiva.

People, Places & Things disturba, nel senso migliore del termine. Si esce dal teatro con un turbamento interiore che fatica a dissolversi, e forse è proprio questo il segnale che qualcosa di importante è successo. Uno spettacolo da vedere.

Una nota a margine: l'accento marcatamente romano della Ferzetti risulta a tratti incongruo con il personaggio, ma è un dettaglio che non scalfisce la qualità complessiva di una performance intensa e memorabile.


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