Un lungo viaggio verso il male Tra O'Neill e Lavia.
Dopo le quasi tre ore di rappresentazione di Lungo viaggio verso la notte, capolavoro di Eugene O’Neill portato in scena da Gabriele Lavia (anche regista) con Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani e Beatrice Ceccherini, sono uscito da teatro con sentimenti opposti ma ugualmente molto forti. Da una parte la sensazione di aver assistito a uno spettacolo come non se ne vedono spesso: attori in stato di grazia, tutti solidissimi, una scenografia essenziale ma raffinata, una regia che orchestra con mano sicura tempi, spazi ed emozioni. Tecnica sopraffina, dunque, e ambienti e atmosfere ricostruiti con una cura rara, che restituiscono allo spettatore il respiro del grande teatro “classico” senza mai sembrare polverosi.
Dall’altra parte però Lungo viaggio verso la notte è anche – e forse soprattutto – un’esperienza emotiva dura, quasi una prova di resistenza. Si ha la sensazione di assistere a una sfilata dei lati più sgradevoli dell’umanità, messi in scena senza filtri: è uno spettacolo che dà una vera botta nello stomaco e che rende difficile, una volta usciti, tornare leggeri alla propria serata. Lavia nelle note di regia lo definisce “un viaggio impietoso dentro l’amarezza di un fallimento senza riscatto. Le vite degli uomini sono fatte di tenerezza e violenza. Di amore e disprezzo. Comprensione e rigetto. Di famiglia e della sua rovina”: una dichiarazione d’intenti che in scena viene rispettata con un rigore quasi spietato.Molti vizi e molte ombre dell’animo umano vengono esposti in primo piano: l’accidia di diversi personaggi, l’avarizia testarda del protagonista, la lussuria e l’invidia del figlio maggiore. Ma il cuore nero del lavoro resta il tema delle dipendenze, vero motore del fallimento individuale e collettivo: la morfina della moglie, l’alcool e il whisky che scorrono ininterrotti quasi per tutti – perfino per la cameriera – compongono una sorta di rito autodistruttivo quotidiano, tanto ripetitivo quanto impossibile da spezzare. È come assistere a un lungo, lentissimo incidente al rallentatore, in cui si sa che nessuno si salverà davvero, ma non si riesce a distogliere lo sguardo.
Lo spettacolo ha colori volutamente cupi, e le sbarre che delimitano la scena dichiarano sin dall’inizio che qui non è previsto alcun vero varco di fuga: i personaggi sono prigionieri di una casa, di una famiglia e, soprattutto, di se stessi. È un teatro che inquieta perché mostra senza pudore il male di vivere, e sembra non offrire all’uomo nessuna ancora di salvezza, nessun happy end, neppure simbolico. Proprio per questo, però, Lungo viaggio verso la notte diventa un’esperienza importante per un pubblico giovane: chiede tempo, attenzione e disponibilità a stare dentro il buio, ma in cambio offre un’immersione intensa nel grande teatro del Novecento, in cui ci si specchia e da cui, forse, si esce un po’ più consapevoli di quanto costi, a volte, semplicemente vivere.

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