Un Goldoni insolito: una Incognita da vedere

 L'incognita di Carlo Goldoni

produzione Fondazione Atlantide - Teatro Stabile Verona - Centro Teatrale Da Ponte


Non conoscevo - e ne faccio mea culpa - il Politeama Rossetti e sono stato incantato nel sentire l'impegno e la straordinaria varietà di proposte che il teatro di Trieste (ovvero il Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia) offre al pubblico. Questa ricchezza è evidente non solo nelle rappresentazioni in programma, ma anche navigando nel sito ufficiale del teatro, https://www.ilrossetti.it. Spettacoli classici, contemporanei, mostre, concerti, convegni e chi più ne ha più ne metta, distribuiti soprattutto nell'ambiente principale del teatro, il Rossetti appunto, e le sale ad esso collegate, prima fra tutte la Sala Bartoli che prende il posto tradizionalmente occupato dal loggione o dalle soffitte, un teatro nel teatro, un teatro vero e proprio di dimensioni ovviamente ridotte, al quarto piano dell’edificio.

È proprio nella Sala Bartoli che ho avuto l'opportunità di assistere a L'Incognita, di Carlo Goldoni, uno spettacolo che unisce teatro di persona e teatro di figura, con un cast interamente al femminile diretto da Piermario Vescovo e Antonella Zaggia.

Edgardo Maddalena nella nota storica a corredo de L'Incognita scriveva (in Carlo Goldoni, Opere complete di Carlo Goldoni - Volume VI , edite dal Municipio di Venezia nel II centenario della nascita, a cura di Giuseppe Ortolani, illustrazioni di Pietro Antonio Novelli, Antonio Baratti, Venezia, Municipio di Venezia, 1909. Fonte: Internet Archive) che anche senza una sola idea in testa Carlo Goldoni “poteva mettersi a tavolino, scrivere sul foglio Atto I, Scena I, Florindo e Rosaura, e tirar via di scena in scena, d’atto in atto, e giungere così alla comoda parola fine” come si compiaceva egli stesso nelle sue Memorie (P. II, c. XI) gloriandosi della sua docile e ricca fantasia. E l’Incognita sembra proprio nascere così: lo si capisce dalla facilità con la quale ogni scena si concatena a quella precedente e alla successiva, episodio a episodio con un semplice e breve antefatto, mostrando solo la viva azione, che malgrado il complicarsi dei casi si svolge senza fatica o noia da parte dello spettatore.

Così, la scelta di Piermario Vescovo, noto studioso di teatro e specialista delle opere di Goldoni, è stata particolarmente originale e significativa. Insieme ad Antonella Zaggia e ai suoi burattini, ha optato per una messa in scena che sfrutta proprio la dimensione marionettistica per dare vita al turbinio di eventi raccontati, ai fatti, all’azione. Questa soluzione creativa ha permesso di valorizzare i momenti più surreali e sopra le righe della trama, sfruttando i burattini per esprimere situazioni che sarebbero state molto difficili da rendere su un palco con attori o nel modo realistico solitamente utilizzato nel teatro di prosa dai più; ma soprattutto ha consentito di rivelare anche un versante assai diverso da quello più noto e spesso ridotto a cliché e luoghi comuni della produzione e della poetica del grande autore veneziano. 

A sostenere tali tesi, alcuni degli istanti più memorabili della rappresentazione sono stati quelli in cui i burattini hanno preso il sopravvento rispetto ai loro “domina”, ai loro burattinai, tenendo la scena da soli e conferendo all'azione un ritmo del tutto particolare. Un esempio in questo senso è il breve ma efficace flashback che racconta la complicata storia familiare della protagonista, Rosaura (in realtà Teodora), così drammatica e surreale da risultare paradossalmente (e pirandellianamente) comica. Si vive l’azione e si vive però anche il teatro e il giogo del teatro: infatti questo strano teatro “di persona e figura” come lo chiama Piermario Vescovo è anche una bella occasione di giocare con il teatro essendo essenzialmente metateatro o teatro di teatro. 

Anche l'accompagnamento musicale gioca un ruolo rilevante nell'intero spettacolo, con una melodia ripetuta (quasi ossessivamente)  che ricorre ad ogni cambio di scena, creando una sorta di continuità ipnotica. Questo motivo musicale funge da filo conduttore, legando tra loro i vari segmenti della storia e conferendo all'azione una fluidità quasi cinematografica. La rappresentazione si sviluppa infatti come un lungo piano-sequenza, alternando scene ambientate in strada (di giorno e di notte) e in interni, utilizzando diverse prospettive per mostrare nel medesimo luogo varie azioni o sentimenti. Questo approccio scenografico ha conferito alla narrazione un dinamismo che, pur lineare, ha saputo mantenere l'attenzione del pubblico, guidandolo attraverso un intreccio a tratti anche surreale

Certo il lavoro secondo il mio parere avrebbe potuto essere limato in alcuni momenti e in alcune invenzioni sceniche: l’inizio ad esempio è estremamente lento e alcune scene risultano troppo poco “pulite” e lineare nei giochi di figure che si costruiscono sul palcoscenico. Ancora, secondo il mio modesto parere sarebbe da equilibrare il teatro di figura con il teatro di attori perché quest’ultimo prende ovviamente il sopravvento solo per la semplice dimensione dei burattini che subiscono la dimensione delle figure umane delle attrici.

Anche la durata dello spettacolo, (due ore, l’ho detto anche in altre occasioni) meriterebbe una breve pausa a metà lavoro per dar modo agli spettatori di seguire con più agio tutta la rappresentazione.

In conclusione però, la scelta di affidarsi ai burattini ed a una regia sperimentale ha reso L'Incognita un racconto godibile e conoscibile venendo ripescato dalle muffe dei dimenticatoi della cultura dove vengono relegati i pezzi meno riusciti della tradizione letteraria.

Brave tutte le interpreti in un testo non facile pur con qualche sbavatura tecnica nell’uso della voce e nell’articolazione. Meritano tutte un plauso: Manuela Muffatto, Federica Mulas, Bianca Padoin, Marika Tesser, Antonella Zaggia, Francesca Zava, Eleonora Ruzza.


Commenti

Post popolari in questo blog

Pillole di Storia del Teatro: quando la cultura incontra il Brunch (ed è una bomba)

Un’occasione perduta: Il Gabbiano di Čechov, Tra Grandi Aspettative e Profonda Delusione

Čechov: Quando la Nevrosi fa Ridere (e Pensare)