Mirandolina: quando riscrivere un classico non basta

 

Riscrivere un classico è sempre una scommessa rischiosa. La drammaturga irlandese Marina Carr ha accettato l’invito del Teatro Stabile del Veneto a confrontarsi con La locandiera di Goldoni, trasformandola in una Mirandolina contemporanea ambientata in una locanda italiana di Dublino. Il risultato? Una produzione internazionale che, pur con alcuni spunti interessanti, lascia parecchie perplessità.





Il primo problema è la drammaturgia. La storia procede a strappi, senza una linearità che permetta allo spettatore di seguire agevolmente lo sviluppo degli eventi. I personaggi rimangono bidimensionali: non c’è quel lavoro di approfondimento psicologico che ti fa entrare nelle loro motivazioni, capire perché agiscono in un certo modo. Anche la rete di relazioni — amori, contrasti, tensioni — sembra costruita più per accumulo che per necessità drammaturgica.

La critica teatrale ha notato come Marina Carr sia nota per la sua “scrittura penetrante, capace di indagare le pieghe dell’animo umano”. Ma qui qualcosa si inceppa. Forse è la scelta di partire da Goldoni invece che da una storia originale, forse è il peso dei riferimenti al testo originale che finiscono per appesantire invece che arricchire.

Ed eccoci al punto dolente: il confronto con l’originale. La Locandiera di Goldoni è un capolavoro che nel 1753 — pensate, nel 1753! — metteva in scena una donna intelligente, autonoma, che giocava con le convenzioni sociali e vinceva. Come nota il volantino di scena, Goldoni ha creato “una donna arguta autonoma e brillante che attraversa un mondo dominato dagli uomini affermando la propria indipendenza”. La sua modernità sta proprio nell’equilibrio tra commedia e critica sociale, nella leggerezza con cui affronta temi pesanti.

La Mirandolina della Carr, invece, sembra voler urlare quello che Goldoni sussurrava con efficacia. Certo, oggi parliamo esplicitamente di femminicidio, di violenza di genere, di cultura patriarcale. Ma proprio per questo Marina Carr avrebbe dovuto e potuto costruire qualcosa di completamente originale, liberarsi dal peso dell’originale invece di portarselo dietro come un fardello.

E poi c’è il problema dei tempi. Ci vogliono due ore e un quarto prima che lo spettacolo trovi il suo climax nell’ultima mezzora. Il primo atto è onestamente noioso: serve solo a inquadrare un contesto che poi esplode senza una adeguata preparazione narrativa. Come ha osservato la critica, il cumulo di riferimenti alle tematiche di genere risulta a tratti ridondante e dilata i tempi teatrali. Esatto: invece di lasciar respirare la storia, la Carr sembra voler essere sicura che lo spettatore capisca tutto. E così accumula scene, dialoghi, situazioni che martellano sempre lo stesso chiodo.

La tesi di fondo — tutti gli uomini sono mostri pronti a violentare e sopraffare le donne — è espressa con tale insistenza da risultare schematica. Certo, la violenza di genere è un’emergenza reale e drammatica, e il teatro deve parlarne. Ma la complessità della realtà si presta male a visioni così polarizzate.

Il lato positivo? Il cast fa davvero un ottimo lavoro. Gaia Masciale (che avete forse visto nel recente film Duse di Pietro Marcello) è credibile nel portare in scena una giovane donna combattuta tra il desiderio di libertà e il peso delle aspettative sociali. Come nota la critica, riesce a rendere le inquietudini e il desiderio di autodeterminazione di una donna di oggi. Al suo fianco, Alex Cendron, Denis Fasolo, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Giancarlo Previati, Massimo Scola, Andrea Tich e Sandra Toffolatti sono tutti convincenti, anche se a volte i volumi vocali lasciano un po’ a desiderare.

La regia di Caitríona McLaughlin, direttrice artistica dell’Abbey Theatre di Dublino, sceglie tinte scure e un’atmosfera tesa. Le scene e i costumi contemporanei di Katie Davenport, le luci cupe di Paul Keogan e le musiche dissonanti di Anna Mullarkey creano fin dall’inizio un clima di inquietudine. A volte però l’uso della luce — lampi improvvisi che dovrebbero risvegliare la coscienza dello spettatore — risulta un po’ didascalico, come se si volesse sottolineare troppo quello che già il testo dice a chiare lettere.

L’idea più potente dello spettacolo arriva nell’epilogo. Dove Goldoni chiudeva con un lieto fine — Mirandolina che, dopo aver messo alla prova i suoi corteggiatori, sceglie saggiamente di sposare il cameriere Fabrizio — la Carr porta in scena un femminicidio. La battuta del Cavaliere di Ripafratta nell’originale (Meriteresti che io pagassi gli inganni tuoi con un pugnale nel seno) qui si concretizza davvero. E tutti sono complici.

È un colpo al cuore, un modo di dire: guardate, nella commedia settecentesca era solo una minaccia, oggi è cronaca quotidiana. Come osserva la critica, si tratta di una potente intuizione di spazzare via il lieto fine goldoniano portando in scena il drammatico presente. È proprio questo ribaltamento l’elemento più riuscito dello spettacolo: peccato che per arrivarci si debba attraversare due ore in cui il messaggio viene ripetuto con troppa insistenza.

Riscrivere oggi un classico può aiutarci a guardare il presente con occhi nuovi. Ma può anche esporci al rischio del didascalismo, di voler dire troppo e troppo forte. Mirandolina cade in questa trappola: un testo che avrebbe beneficiato di maggiore asciuttezza, di tempi più serrati, di una drammaturgia meno esplicativa.

Gli attori fanno quello che possono — e lo fanno bene — ma il testo di partenza è il vero limite. E se proprio vogliamo fare il confronto sportivo: Locandiera di Goldoni batte Mirandolina di Carr 6-1, 6-1. Non per nostalgia del passato, ma perché Goldoni aveva capito che per essere rivoluzionari non serve urlare: basta essere intelligenti.

Commenti

Post popolari in questo blog

Pillole di Storia del Teatro: quando la cultura incontra il Brunch (ed è una bomba)

Un’occasione perduta: Il Gabbiano di Čechov, Tra Grandi Aspettative e Profonda Delusione

Čechov: Quando la Nevrosi fa Ridere (e Pensare)